Noi nasciamo in un mondo che troviamo già fatto e per capire il mondo non dobbiamo fuggire da esso e quindi cercare la realtà in “altri mondi”, per poi utilizzare questa ai fini “del mondo in cui siamo”.
Io creo utilizzando ciò che è già stato fatto, lo prendo e lo modifico. Questa è la realtà, nasciamo, viviamo e moriamo, trovando già tutto fatto; perché non si dovrebbe utilizzare il già fatto al fine di capirne la stessa natura!?
Questa è la realtà, questa è il ready-made. Ogni uomo vede la realtà e la “modifica” nella propria mente, si fa un’idea di essa, la vita di ognuno è già un modificare il ready-made. Il ready-made è il mondo, cioè la natura, cioè il già fatto prima che noi venissimo al mondo.
Io non posso dire che cosa è il ready-made, non posso dire che cos’è il mondo, ne darei una mia spiegazione; ciò mi limiterebbe quindi preferisco rappresentare le multiple sfaccettature della vita. La realtà è la modifica della stessa realtà.
Non importa cosa dico, perché ciò che voglio dire coincide con quello che faccio, con il modo in cui lo faccio. Quindi quello che voglio dire è il modo in cui lo faccio. Se nel mio fare, cioè nelle mie opere, proiettassi involontariamente od anche consciamente il mio soggettivismo, il mio modo di “sentire”, probabilmente sarebbe anche un limite, ma la realtà è un insieme ed un intrecciarsi di soggettività tra cui anche la mia. Il mio tentativo è quello di capire e perciò di rappresentare le mille sfaccettature del mondo, ma credo sia anche legittimo rappresentare il proprio soggettivismo, la propria emotività. Chi altri mai potrebbe rappresentare la mia sensibilità se non io stesso?
La mia ambizione è andare oltre me stesso, andare oltre l’uomo, ma per fare ciò devo affrontare anche me stesso; anzi, un artista completo non è colui che riesce a spaziare dal più acuto soggettivismo alla più oggettiva e distaccata constatazione del mondo?
I miei ready-made non voglio ridurli solo alla loro presenza fisica. Fotocopiare un’immagine è ready-made ma è al tempo stesso una modifica dell’oggetto, non è solo cambiare la “struttura molecolare”. Questo è riutilizzare ciò che è già stato creato ma è anche modificarlo al tempo stesso.
Cambiare solo il contesto ad un oggetto significa anche rinunciare all’“esteticità” a favore della rappresentazione dell’idea, perché l’arte è l’idea e non l’oggetto.
Ciò rivela un grande pensiero ed io lo approvo e condivido ma qualunque cosa si proponga, “estetica” o “non estetica”, semplice decontestualizzazione o curata esposizione formale, è sempre e comunque opera d’arte e non arte. In ogni caso si propone un oggetto. Tutti gli apprezzabili e ammirevoli sforzi degli artisti dell’arte concettuale, come Joseph Kosuth, hanno inseguito il grande tentativo di rappresentare l’arte e non l’opera d’arte. Ciò è anche il mio più grande desiderio, sarebbe toccare con mano la verità, ma l’uomo non può fare arte senza utilizzare un linguaggio che, qualunque sia, è purtroppo al tempo stesso un limite.
La rappresentazione è l’assassina della verità, è il pietrificatore del movimento.
La verità è il movimento, è il divenire che viene smentito ogni qualvolta si faccia un’opera d’arte.
L’opera d’arte è la pietrificazione dell’idea ma l’arte no, essa è spirito, è pensiero, è astratta e quindi non potendo essere carpita, può liberamente muoversi. Solo nel momento in cui si voglia rappresentarla la si ferma, la si pietrifica e la si uccide impedendole di “crescere”.