Non ho mai visto il giallo, credo non esista affatto, in nessun luogo e in nessun posto sarà possibile vedere il giallo. Esiste solo qualcosa che è giallo ma che non è il giallo. Nemmeno il rosso esiste ma esiste il sangue, la rosa, la Ferrari. Nemmeno il blu e il verde esistono. Il cielo e l’erba invece sì.

Non esiste il caldo, né il bello né il dolce o il falso e neppure la gioia e il dolore.

Io conosco il fuoco, il sole, la coperta termica che hanno la proprietà del caldo, conosco Sean Connery per esempio, lo zucchero il miele e un bacio, Berlusconi, mia cuginetta che apre i regali a Natale, la mia vicina di casa quando le è morta la figlia.

Diamo nome alle cose! riconoscendone pur sempre la provvisorietà e la mutevolezza.

La crescente astrazione, priva di un controllo genuino e concreto, a cui viene sottoposta la realtà e di conseguenza l’uomo, snaturano il rapporto esistente tra l’uomo stesso e i fenomeni.

La mancanza di concretezza e l’irresponsabile uso della razionalità limitano il potere di scelta dell’uomo, la vera libertà di agire. Questa forma suprema di conoscenza si manifesta nella totale responsabilizzazione di ogni azione.

La mia è la reazione ad una certo tipo di razionalità o irrazionalità (come si può anche chiamare) la quale riduce e semplifica banalmente la realtà.

Questa critica (a me stesso e al mio lavoro) vuole arrivare ad una più completa forma di conoscenza, al superamento dei limiti del calcolo combinatorio e della programmabilità cosicché la razionalità ritorni ad essere (sempre se lo è mai stata) un mezzo attraverso il quale si possa veramente far uso del proprio intelletto, non irrigidendolo con pregiudizi o con vie già predefinite dagli schemi della ragione. Fare in modo che la razionalità acquisisca flessibilità e leggerezza muovendosi insieme alle cose, dall’interno di esse (e non guardandole e controllandole dall’esterno attraverso rigide norme precostituite) per attraversarle, assaporarle, viverle e superarle se si sceglie di farlo.

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