L’opera che io definisco a “struttura aperta” trova il proprio senso non solo in se stessa ma nel mondo circostante l’opera, in quel mondo che definiamo intorno all’opera, esterno ad essa. (Questo è vero solo in parte perché una tale affermazione è vera nel caso in cui si consideri l’opera al “centro” cosicché il resto le possa stare intorno. Ma se si considera che ogni punto possa essere il centro, l’opera presa in questione non ha necessariamente un mondo circostante ma può essere a sua volta circostante ad un altro provvisorio centro).
L’opera a “struttura aperta” è “disposta” all’interazione, alla relazione, muta con ciò che le è vicino, dialoga con ciò in cui è “inserita”.
Questo significa che l’opera non è mai definitivamente compiuta, essa risponde e reagisce alle sollecitazioni esterne, alle influenze dell’ambiente, è liberamente progettata a mutare e seguire ogni tipo di direzione, a sviluppare continuamente diverse individualità. Una continua creatività dove in definitiva il progetto non ha direzioni definite. Ciò è possibile quando l’opera è creta per restare aperta.
La diretta conseguenza di una creazione di questo tipo è la figura dell’osservatore, che da tempo ho sempre tenuto in considerazione. L’opera a struttura aperta sposta l’attenzione anche su ciò che circonda l’opera, di modo che l’osservatore non è tale solo nei confronti dell’opera ma anche di ciò che la circonda e che la “costituisce”. L’opera è così un oggetto insieme ad altri, diventa cosa inserita tra le cose del mondo, come ovviamente lo è l’autore e l’osservatore stesso, il quale si deve definire osservatore-partecipatore, come tutto l’esistente.
L’opera situata in un luogo appartiene a quest’ultimo, si appartengono e così tutti i luoghi appartengono all’opera ed essa a questi ultimi.
I luoghi non sono spazio o l’idea dello spazio, la concretezza che ci circonda e comprende l’opera è molteplicità del mondo, è manifestazione del mondo nelle sue innumerevoli forme, tutte vere e concretamente presenti, tutte la stessa cosa, un tutt’uno, la totalità. Ma l’unità o l’Essenza non ci sono, non esistono in sé, esse sono nella e la molteplicità, sono nelle cose stesse, non in qualcosa al di fuori di esse ma nella concreta provvisorietà della cosa stessa, presente ora perché “è”.