“Tasso”. Le quattro raffigurazioni sono deformazioni (opera di un metodo) ma la realtà non è nemmeno la parola tasso.
La realtà sono io che mi rendo conto della ‘molteplicità di visioni’ e che le ‘deformo’. La realtà sono io che ‘deformo’.
È vero che è la parola ‘tasso’ che racchiude tutti i significati rappresentati nell’opera ma è anche vero che ‘tasso’ è una convenzione usata per chiamare cose diverse.
La verità è il pensiero che ha prodotto la parola ‘tasso’ e non la parola ‘tasso’ in sé (o meglio, essa è un’altra realtà, altrettanto vera ma conseguenza di un pensiero e di uno scopo).
L’albero, il rapporto tra quantità, l’animale e il poeta, potevano avere nomi diversi però a causa di una scelta da attribuire al pensiero di un uomo, le diverse realtà vengono denominate alla stessa maniera.
Ciò che accomuna tutte queste realtà non è il solo fatto di chiamarsi ‘tasso’, ma di essere state pensate per attribuirne il nome.
Attribuire un nome a qualcosa significa sovrapporre una realtà ad un’altra, rispettivamente la parola ‘tasso’ all’albero ‘tasso’ (se l’oggetto in questione è l’albero). Se la parola ‘tasso’ non veniva attribuita all’albero, quest’ultimo non avrebbe cambiato la sua realtà (“che importa il nome? Chiama pure la rosa con altro nome: avrà men dolce odore?” Elsa Morante).
Ogni popolo infatti chiama in modi diversi, a seconda delle diverse lingue, la stessa realtà. La verità è il pensiero che ha prodotto il nome ‘tasso’, pensiero prodotto e organizzato per uno scopo ben preciso.
Con quest’opera voglio dimostrare il rilievo attribuito al metodo, al pensiero organizzato, finalizzato allo scopo di dimostrare se stesso.
