Quindi io non mi sono posto un fine, ho dato un significato alle immagini. Ma questo significato è stato creato “distruggendo” i significati delle stesse immagini che ne creano, ora, quello nuovo.
Il mio significato è un fine apparente. È un problema che io ti pongo (in quanto frutto del mio pensiero) con l’utilizzo di certi elementi i quali, hanno in questa occasione, addossato un certo tipo di ruolo. Ruolo che è funzionale per sollecitare la coscienza altrui, la quale potrà trovare “soluzione” al problema posto, solo in se stessa, visto che io ho privato il problema di una soluzione. Problema non fornito di risposta.
Il fine che mi pongo è un pretesto per “smontare le immagini” e riutilizzarle.
“Smontare” le immagini per mettere in atto il pensiero “purificatore”. E il pensiero potrà purificare quando può utilizzare.
Il mio fine è l’utilizzo, o meglio, i possibili utilizzi. Il fine è utilizzare l’utilizzo utilmente. L’utile, in questo caso, è mettere a conoscenza l’uomo della propria perdita di umanità.
Insomma! Per dire di non dare significato ho dovuto darlo. Per fare vedere che le immagini hanno perso significato, le ho utilizzate per dire qualcosa. Per fare vedere che il fine è l’utilizzo in sé, ho dovuto utilizzarlo per un utile.
Invece per “Cappuccino”, per dire tutto ciò non ho dato significato. Il cambiare significato agli oggetti non presuppone arrivare ad un utile.
Mi è stata di importanza fondamentale, aver usato due realtà con lo stesso nome. Il fine in realtà c’è, anche se con la funzione di pretesto, è la parola cappuccino.
Se prendevo cappuccino-tazza e al posto del “frate”, mettevo un oggetto qualsiasi, non so, una scarpa, apparentemente poteva essere la stessa cosa.
Infatti, mettere una scarpa dentro a una tazza, cambia la funzione alla scarpa e alla tazza, evitando di creare un altro significato (utile) come del resto accade in “Cappuccino”.
Quindi cappuccino e cappuccino-scarpa si “smontano” a vicenda senza ricavarne l’utile apparente. Ma c’è un problema. Scegliere un oggetto al posto di un altro, deve avere un senso, non se ne può scegliere uno qualsiasi. Invece della scarpa potevo mettere un’infinità di altro oggetti, e allora perché proprio quella?
Questa libertà di scelta è in realtà un limite. Senza darmi una quantità finita io mi limito.
Dandomi il limite nella parola cappuccino, io mi sono dato una quantità finita di oggetti da poter utilizzare (cappuccino-uomo e cappuccino-bevanda).
In questo modo ho sfruttato al massimo le potenzialità a disposizione.
Non dandomi un limite, le mie potenzialità si sarebbero disperse, diventerebbe una pazza e folle ricerca di tutto il narrabile.
Dandomi uno scopo mi prefiggo di raggiungerlo e quando ciò sarà fatto, sarà
merito di come ho utilizzato i miei mezzi, quale ruolo nuovo ho assoggettato ai singoli oggetti, distruggendoli del precedente.
Lo scopo ha cambiato funzione, ora è un mezzo. Il fine proposto è un mezzo per non pormi fine. Ponendomi un fine so di non averne.
Il fine mi serve per arrestarmi altrimenti impazzirei nel cercare di andare a raccogliere l’universo intero.
Per utilizzare degli oggetti, devo pormi un utile da raggiungere. Gli oggetti posso utilizzarli in una infinità di modi, posso addossare ad ognuno migliaia di significati. Con un fine posso addossare un certo significato, con un altro fine un significato diverso ancora.
Il fine non si pone come assoluto ma come relativo, uno tra i probabili.
Per utilizzare i mezzi devi porti un fine. Il mezzo è tale in quanto ha un fine. Se il mezzo diventa il fine necessiti ugualmente di un fine apparente, apparente in quanto anch’esso è un mezzo.
